Il cinema contemporaneo deve il suo successo all’“happy ending” che ha contribuito a rafforzare il mito occidentale della felicità a tutti i costi, probabilmente per contrastare la routine del vivere quotidiano.

Non solo i film ma anche videogiochi, pubblicità e soprattutto le favole, prodotto culturale principale del mondo infantile, perpetrano questo mito: da Biancaneve a Cappuccetto Rosso, da Hansel e Gretel a La Bella Addormentata, non c’è una di queste fiabe in cui non si contempli un “E vissero tutti felici e contenti”.

I bambini hanno sempre bisogno di un finale felice?

Ovviamente, per questa domanda non c’è un’unica risposta.

Il pedagogista Angelo Nobili (link) è convinto che “i finali zuccherosi anestetizzano le coscienze” e che “da un finale tragico può nascere un fiore”. Al contrario, Giordana Merlo, docente di Storia dell’educazione dell’infanzia afferma che “il lieto fine alimenta la speranza, l’autostima di potercela fare, avendo sogni da inseguire e avversità da superare. Con la fiducia di riuscire ad arrivare, così come riescono nelle varie peripezie i protagonisti delle fiabe. Dire lieto fine non significa edulcorare la realtà, ma sostenere psicologicamente lo sforzo di essere attivo, propositivo, sognatore, anche quando sembra che tutto ti remi contro” .

Conclude la Merlo che non è il lieto fine a determinare il valore della storia perché il suo valore pedagogico sta nella possibilità che questa ha di aprire finestre sul mondo a un bambino.

Quindi che ci sia o no un finale felice, quel che conta è la storia e ciò che suscita nei piccoli lettori.

La rivincita del lupo

E in effetti ci sono alcuni racconti, seppur pochi, in cui i protagonisti non vissero felici e contenti, ma che sono comunque amati dai piccoli lettori come ad esempio la Piccola fiammiferaia, Scarpette rosse o il libro Cuore. Addirittura nell’originale Cappuccetto rosso di Perrault, la piccola viene mangiata dal lupo.

Queste fiabe dai finali tragici, vien da sé, non sono adatti a bambini troppo piccoli ma possono essere lette a partire dai 6 anni quando, cioè, i fanciulli e le fanciulle sono capaci di capire che le scelte che facciamo hanno delle conseguenze che non sempre sono positive.

Dunque la scelta migliore sarebbe offrire ai bambini anche questo tipo di fiabe, per dare loro altri punti di vista svincolandoli, così, da un eccesso di iperprotezionismo, che li renderà uomini e donne più liberi e realisti.

Storie che finiscono male: un libro per divertirsi e riflettere

Dalle storie senza lieto fine, dunque, i bambini possono imparare molto. Racconti che finiscono diversamente da quanto si aspettano hanno sempre un effetto di straniamento e sorpresa che li spinge a riflettere su quanto è avvenuto. E chi ha detto che riflettere è una faccenda barbosa?

Donatella Bisutti ha scritto un libro che farà ridere anche i bambini – e ragazzi! – più scettici: le sue Storie che finiscono male non hanno mai un finale scontato. Come quella del leprotto goloso sommerso da una frana di panna e cioccolato. Garantiamo risate a volontà.

E voi, siete per il lieto fine a tutti i costi o pensate che sia necessario un tocco di realtà anche nelle favole?