Quando uno scrittore pubblica un libro, cioè quando il libro arriva in libreria, lui, l’autore, ne diventa a sua volta – democraticamente – lettore. È come con un figlio. Paragone forse abusato ma molto, molto calzante, se lo si prende nel modo giusto. Sarò sempre e per sempre il padre di mio figlio. Ma non ne sarò mai il padrone. Forse lo conoscerò bene, forse no. In ogni caso ogni figlio è essenzialmente un’alterità, un mistero, un’unicità. Altro da me. Non è l’appendice o la copia dei genitori. In questo senso sconosciuto, da conoscere, da scoprire e riscoprire continuamente.

Un libro, un figlio

Un figlio (un libro) vive di vita propria, di luce propria, o di buio anche, cresce, cambia, è “esposto” alle relazioni, al giudizio, al dialogo, alle interpretazioni degli altri indipendentemente dal suo genitore/autore.
Un genitore/autore – se fa ciò che deve, e meglio se lo fa con piacere – accompagnerà il figlio fin che è piccolo (le famose “presentazioni”), nei suoi primi passi, nei primi incontri con gli altri, poi, man mano, questo figlio farà la sua strada da solo, si staccherà da chi lo ha creato, sarà sempre più “altro”. La genitorialità non viene messa in discussione, ma cambiano la relazione, i ruoli, la vicinanza e la distanza.

Piergiorgio PaterliniE ci sono figli – troppi – che muoiono prematuramente, altri che vivono a lungo. Ci sono figli che lasciano qualcosa, che verranno ricordati più o meno a lungo, da molti o da pochi, altri che non lasciano il segno, o quasi. Proprio come i libri.

Era indispensabile questa lunga premessa (di sostanza, comunque) per dirvi che io comincio adesso a diventare lettore del “mio” Milk. Lo scopro pian piano mentre inizia il suo cammino nel mondo, lo scopro con voi, insieme a voi, come voi, in modo diverso da voi, da ciascuno di voi.

Ecco, vi parlo di questo Milk da lettore. Alla pari – o quasi – con tutti gli altri lettori.

“Il mio nome è Harvey Milk e sono qui per reclutarvi tutti”

Leggendo questo Milk ho pensato che un sottotitolo avrebbe potuto essere “elogio della politica”. Questo mi ha colpito, e sorpreso, come filo conduttore del testo, più di ogni altra cosa, più ancora dei diritti delle persone omosessuali e del diritto di amare chi ci pare. La scoperta della politica, la necessità quasi assoluta della politica, una vera e propria conversione alla politica.

Harvey Milk ha vissuto oltre quaranta dei suoi meno che cinquant’anni infischiandosene della politica, più che lontano, più che disinteressato, ostile. Ostile al punto da lasciare un “fidanzato” proprio perché faceva appassionatamente politica, perché pretendeva di legare la lotta per i diritti dei gay alla politica. Ciò che poi lui avrebbe fatto dedicandovi tutto se stesso fino a lasciarci la pelle.

Trasferendosi nel luogo più gay del mondo (San Francisco, quartiere Castro), una specie di piccolo paradiso in cui i gay venivano sì pestati per strada e uccisi ma non erano un’esigua, impaurita, silenziosa minoranza, anzi, ed erano visibili, visibili a tutti, di giorno, nella vita familiare, nel lavoro, non solo di notte nei locali-ghetto e dietro i cespugli dei parchi, arrivando a vivere lì, Harvey capisce in un sol colpo tutte le cose che cambieranno radicalmente la sua vita: che essere visibili, appunto, equivale a poter vivere, niente di meno, che senza diritti non ci può essere felicità, neanche dentro le private mura di casa, ma soprattutto che per conquistare quei diritti indispensabili non basta essere visibili, accettati da quelli del negozio vicino, farsi conoscere per quelle brave persone che i gay sono come tutti. No, bisogna – si accorge Harvey a quarant’anni suonati, e ispirandosi soprattutto al movimento di liberazione dei neri – che alcuni gay diventino “politici”, cioè visibili anche in quanto persone importanti, esemplari, e con la possibilità di cambiare le leggi.

Non c’è bisogno qui di raccontare la storia. Basta dire che Milk perderà diverse campagne elettorali ma non ci mollerà mai, fino a che non verrà eletto consigliere comunale di San Francisco. In meno di un anno, prima di venire assassinato, cambierà la storia, la storia delle lotte del movimento gay ma anche la storia politica e della politica. A conferma di quanto avesse visto giusto. Solo a quel punto era diventato davvero pericoloso.

La politica è di tutti e per tutti

Ma Harvey scopre un’altra cosa. Che se è giusto avere come obiettivo della politica la propria comunità – quella delle persone omosessuali in questo caso – è altrettanto vero che la comunità di un politico è la gente, tutta la gente, quella del proprio quartiere, della propria città, del proprio Paese. E che – come non c’è contraddizione fra diritto e diritto – così chi fa politica non può occuparsi solo della propria “lobby”. Milk, nei pochi mesi del suo mandato, ottiene cambiamenti normativi enormi per gli omosessuali (e le lesbiche eccetera eccetera, non starò a fare tutto l’elenco), ma si occupa anche delle buche delle strade, dei semafori, dei commercianti come era lui, degli anziani, degli ammalati, degli adolescenti con problemi. Addirittura – con orgoglio, con intelligenza, credendo al valore simbolico di alcune scelte – delle cacche dei cani che infestavano il terreno su cui tutti camminavano.

Rispetto alla fine degli anni Settanta, quando Milk vive e muore, i diritti delle persone omosessuali qualche passo avanti lo hanno fatto. Anche grazie a lui e a persone come lui. Non troppi, non sufficienti, nessuno si illuda. Ma qualcosa sì.

La politica è regredita sempre. A livelli inimmaginabili. E con la politica, il nostro livello di civiltà.

Questo è un libro politico e sulla (buona) politica.