Chi di noi non ricorda almeno una delle poesie che l’insegnante obbligava a imparare a memoria? Indimenticabili sono anche tutte quelle ore passate con la testa sui libri di antologia per imprimere nella mente quel “Ei fu siccome immobile” o “Cantami o Diva del pelide Achille”, che in quel momento credevamo sprecate, ma che col tempo si sono rivelate, tra le altre cose, anche un ottimo esercizio mnemonico.

Perché è utile imparare a memoria?

Molto spesso l’apprendimento mnemonico è considerato uno sforzo inutile dato che, molti ritengono che in questo modo si imparano concetti che non si apprendono. E se a volte è vero, la realtà è che comprensione e memorizzazione non si escludono a vicenda, o almeno non dovrebbero perché entrambe sono fondamentali per l’apprendimento.

Da Daniel Pennac a Italo Calvino, passando per Umberto Eco, le grandi personalità della letteratura sono convinte che imparare testi a memoria aiuti il nostro cervello a “camminare più velocemente”. Saperli ripetere vuol dire imparare a parlare ed essere in grado di capire il mondo. E a proposito delle poesie imparate a memoria Calvino diceva: “Imparare delle poesie a memoria, molte poesie a memoria, da bambini, da giovani, anche da vecchi, perché quelle fanno compagnia…; anche fare dei calcoli a mano… combattere l’astrattezza del linguaggio che ci viene imposto con delle cose molto precise… e sapere che tutto quello che abbiamo ci può essere tolto da un momento all’altro.”

“Silvia rimembri ancora…”?

Il valore dell’apprendimento mnemonico non è, però, solo pedagogico, ma anche rassicurante. Presi da una vita frenetica che a volte ci stordisce e ci fa dimenticare compleanni, chiavi o liste della spesa, sapersi capaci di ripetere perfettamente una poesia imparata anni prima ci rincuora, regalandoci una certa soddisfazione e magari anche un pizzico di nostalgia di un tempo così lontano dove l’unica preoccupazione era di dover studiare quei versi a memoria.

Perché alcune poesie vale la pena studiarle ancora oggi

In una lettera a suo nipote Umberto Eco scriveva: “Ogni mattina impara qualche verso, una breve poesia, o come hanno fatto fare a noi, La cavallina storna o Il sabato del villaggio. E magari fai a gara con gli amici per sapere chi ricorda meglio”.

Abbiamo dimenticato che memorizzare poesie, soprattutto le classiche, apre innumerevoli porte: può essere un gioco piacevole, un’emozione, e, in età adulta, una risorsa da esibire durante una conversazione. Ma è anche una pratica indispensabile dal punto di vista mentale, come sostiene il poeta, critico e storico della lingua Enrico Testa: “I testi dei rapper (i ragazzi) li imparano da soli, ma le poesie a memoria sono un pronto soccorso, un piccolo asse a cui aggrapparsi nel maremoto della vita. Sono occasioni per acquisire da giovanissimi cose che in età matura non si incontreranno mai più.”

Facciamo un gioco? Quanto ricordi di questi famosi componimenti della letteratura italiana? Ecco il quiz per scoprire se sei un poeta laureato… o in erba.