Dobbiamo essere noi adulti a guidarli. E ci vuole anche molta pazienza. Arrendersi vuol dire rinunciare a un futuro comunitario e tollerante.

Ho molta fiducia nei giovani. Li vivo tutti i giorni in classe. Li osservo con attenzione, li ascolto, li guardo negli occhi e a volte cerco di oltrepassare le loro imperscrutabili barriere iridee per arrivare al vero essere. E poi parlo, discuto, dialogo con loro in ogni occasione mi si presenti. Sembrano così duri, decisi, sicuri di sé, eppure oggi più che mai sono fragili, spaesati, fluidi. Fluidi sì, nel senso di instabili e possono sfuggirci da un momento all’altro in un secondo.

Bombardati come sono, nel mondo da loro maggiormente frequentato e cioè nel cyberspazio, da falsi miti o, peggio, da miti pericolosi, da eroi negativi, intolleranti, insofferenti che inneggiano all’odio, al fascismo, al razzismo, all’egoismo, alla durezza dei sentimenti, al benessere del singolo anziché di quello della comunità, a un chissenefrega tanto non lede me al posto dell’empatia nei confronti del prossimo, i giovani appaiono come alberelli fragili senza radici, pronti a essere trascinati anche da un flebile vento estivo.

Troppo lontani dai tempi crudi dei nostri padri o dei nostri nonni che, invece, li hanno veramente vissuti i tempi dell’odio e del razzismo, del fascismo e dell’egoismo, della durezza dei sentimenti, della morte, delle punizioni, delle mortificazioni fisiche e psicologiche, del declassamento morale, del sangue e della sottomissione, della fame e della guerra, della distruzione e delle lacrime, della disperazione e della tragedia. E non possono dimenticarsene perché tutto questo ormai si è cementificato nel proprio Io ed è indistruttibile. È Memoria.

Ecco che allora si comprende quale sia la vera importanza della Storia: costruire le radici della nostra vita ben piantate nel Passato per evitare che i tratti più tragici si ripercuotano nel nostro Presente e diventino indelebili nel Futuro dei nostri giovani.

E allora, quanto è importante che i nostri ragazzi conoscano nel profondo quel Ventennio fascista che alcuni oggi ancora esaltano? Tantissimo. Direi che è addirittura fondamentale.

Eh ma, direte voi, ci sono i libri scolastici, la storia la studiano da lì!

Giusto. Tuttavia, da insegnante e da storica, posso dire che, ahimè, spesso ciò che si apprende a scuola è soltanto passeggero, rimane nella memoria a breve termine dei ragazzi, giusto il tempo dell’interrogazione, di un 6 che faccia loro passare l’anno scolastico. Poi dimenticano e lo fanno perché quel tempo è troppo lontano da loro, dal proprio modo di vivere e di essere. I giovani non hanno Memoria.

Per fare un esempio, l’anno scorso nella mia scuola una mia collega organizzò, attraverso un’associazione che promuove la Memoria nelle scuole, un’esposizione di oggetti militari e civili risalenti alla seconda guerra mondiale: fotografie, elmetti, divise, scodelle e borracce, guanti da donna, un abito dell’epoca, pettinini per capelli, spazzole e borsette… Non posso dimenticare i volti impressionati dei miei studenti. La bocca aperta e gli occhi spalancati davanti a quegli oggetti che pure conoscevano dai libri di scuola o dalla televisione o da internet.

“Guarda…” sussurrava l’una all’altra, “…guarda da dove bevevano i soldati… guarda queste fotografie, guarda in che condizioni è quel soldato in trincea… No, ma dai! Ma guarda questo bambino così, vestito come un soldatino…aspetta, cosa c’è scritto? Balilla? Ah, sì, quei bambini lì… sì, i Balilla ecco!”

E così per tutto il tempo.

Ciò che voglio dire è che i libri scolastici non bastano, che internet e la televisione non bastano per creare Memoria nei giovani così lontani da quei tragici fatti. Ci vuole dell’altro per creare un filo d’acciaio che leghi i giovani al Passato e per far sì che nel Presente si facciano influenzare (termine molto in voga oggi!) da eroi, miti, personaggi, ideologie, idee e scopi positivi.

Per citare Pasolini: «(…) noi dovremmo far di tutto per individuarli e per incontrarli (i fascisti nda). Essi non sono i fatali e predestinati rappresentanti del Male: non sono nati per essere fascisti. Nessuno – quando sono diventati adolescenti e sono stati in grado di scegliere, secondo chissà quali ragioni e necessità – ha posto loro razzisticamente il marchio di fascisti. È una atroce forma di disperazione e nevrosi che spinge un giovane a una simile scelta; e forse sarebbe bastata una sola piccola diversa esperienza nella sua vita, un solo semplice incontro, perché il suo destino fosse diverso».

E allora guidiamoli noi, questi nostri giovani, portiamoli alle mostre, facciamoli interagire con i testimoni di quel Passato, mostriamo loro fotografie, facciamo loro analizzare le parti del nostro testo più bello e cioè la Costituzione Italiana, oggi così tanto attaccata o sottovalutata, ma tanto preziosa se pensiamo che in moltissimi Paesi non esiste una costituzione che tuteli i diritti dell’uomo. Consigliamo dei libri diretti e chiari che facciano conoscere quel Ventennio in tutte le sue sfaccettature. Libri per ragazzi, che riescano a instaurare un dialogo empatico con i giovani lettori. Mi viene in mente, per esempio, un libro scritto da Daniele Aristarco e pubblicato da Einaudi Ragazzi nella nuova collana Presenti Passati. Già dal titolo Lettere a una dodicenne sul fascismo di ieri e di oggi si comprende quanto Aristarco abbia, a mio avviso, trovato il giusto canale per parlare ai giovani di fascismo, di tolleranza, di senso comunitario e tra l’altro con un linguaggio che arriva al dunque, senza troppi fronzoli letterari, a tratti avvincente e con una punta di ironia. Una forma narrativa semplice come la lettera grazie alla quale si rivolge al lettore con un “tu” amichevole, invitandolo così a un’analisi dettagliata del Ventennio affinché questo non venga più inneggiato e guardato con nostalgia.

Perché per aggirare un pericolo o per sconfiggere un nemico, in questo caso l’ideologia fascista che ancora serpeggia anche tra i giovani, bisogna conoscerlo, eviscerarlo completamente, analizzarlo, trovare degli antidoti, contrapporre più punti di vista alternativi.

In poche parole, studiarlo.